(dialoghi con scheletri e superiori immortali)
È fine di settembre. All’alba sulla cima del colle che sovrasta la città, batto i denti dal freddo anche se sono tutta incappucciata. Mi vesto come una cipolla, a strati multipli, uno sull’altro, strategicamente pensati per essere tolti nel corso della giornata senza rischiare lo spogliarello pubblico. Ho persino i guanti pesanti, quelli che fanno sembrare le mani delle vere zampogne, ma almeno tengono lontani i geloni.
Poi arriva mezzogiorno. Il sole si prende una rivincita brutale, e il termometro schizza verso l’alto. Che strazio. Nel pomeriggio mi tocca processare attraverso la città con uno zainetto sulla schiena e una borsa gigantesca piena dei vestiti che ho dovuto sfilarmi. L’aspetto è quello di una profuga dell’epoca minoica, con tuniche e felpe alla rinfusa, annodate ovunque.

Oggi, come se non bastasse, Nemea Sgersis mi tiene d’occhio.
L’ho vista. Era lassù, sulla cima della torre che domina il sobborgo, con lo sguardo accigliato e impietoso. Pareva pronta a giudicare ogni mio passo, come una divinità urbana con le braccia conserte e il viso accigliato. Una versione archeomistica della Giustizia, senza bilancia. O una guardiana silenziosa dei tesori secolari.
Ero nel mio angolino di cantiere, a spazzolare via gli ultimi resti di polvere dalla roccia che rimane sotto l’ultimo strato di terra con i resti del passato. Non restava più nulla da fare, se non aspettare che arrivasse la collaboratrice che faceva le foto. Le macchine fotografiche di allora erano con rullini. Una vera sofferenza per me. Una danza meccanica tra “scatta” e “avanza”, con l’ansia perenne di aver sovraesposto tutto.
Penso e ripenso a ogni mia mossa, a ogni parola persino dal pomeriggio precedente, quando avevo salutata la dottoressa Sgersis scendendo dal pullman per tornare a casa e lei mi aveva quasi sorriso, fino a questo momento.
Alzo lo sguardo: non è più sulla torre. È accanto a me.
«Come va, Dada?» mi domanda.
Dada? Ha usato il mio cognome invece dell’anonimo “collega”? Un buon segno, forse?
«Tutto normale, dottoressa Sgersis,» rispondo, e comincio a fare un resoconto della giornata.
Mi rendo conto però che non le interessa minimamente quello che dico. Mi fissa negli occhi con uno sguardo che sembra voler penetrare il cervello – convinta che lì sia nascosto qualcosa di pericoloso.
Si volta all’improvviso; prima di allontanarsi inclina appena la testa e spara:
«Il direttore vuole vederla dopo il lavoro. Quindi, dal pullman, va dritto al museo.»
Rimango ammutolita. Cosa significa?
Lo sapevo io: le mie aspettative volavano troppo in alto. Pensare di diventare una vera archeologa… una simile fortuna tutta per me? Ma figurati, sciocchina.
Mi sedo sul pezzo di muretto con le gambe molli. Sotto di me la terra e i sassi cominciano a sbriciolarsi; mi alzo di scatto. Non bastavano già tutte le altre sventure – ora rischio anche il crollo di un muro. Meglio fuggire nei visceri della terra, così non dovrò vedere il sorriso trionfante della Boss né la sua bocca che, come un disco fonografico rallentato, articola lentamente:
«Ve lo dicevo ioooo: Leme Dada è solo una farfallonaaaa! Non potete accusarmi di avere il cuore di pietraaaaa se la faccio cadere dalla torreeeee.»
Mi alzo di scatto e vado a sbattere contro una donna che mi porge una bottiglietta di limonata calda.
«Bevi, figliola! Il dolce ti darà un po’ di forza. Sei così pallida.»
Prendo la bottiglia e bevo qualche sorso, ma mi fermo. Dalle parole gentili, il macigno che avevo nel petto si sciolse, trasformandosi in una piena di lacrime e muco che minaccia di soffocarmi. Non ce la faccio più. Voglio morire.
Devo averlo detto a voce, perché la donna mi risponde:
«No, non morirai. Hai ancora molte sfide da affrontare. La vita è così, tesoruccio mio. Te lo dice nonna Ossianika. È una cosa che ho imparato dagli scheletri. Io gli parlo e loro mi insegnano qualche saggezza dell’aldilà.» Sorride. «Non sono pazza, ma se sto tutto il giorno accovacciata accanto agli scheletri, non posso fare altro che parlare con loro.»
Sento appena le sue parole. La mente è già nella tana del leone. In realtà, il direttore è tutt’altro. Ha i capelli completamente bianchi, la pelle corrugata di un tono bianco rossiccio, quasi da albino. Quando si arrabbia diventa rosso fuoco, ma il tono della sua voce resta sempre quasi calmo.
Sospiro.
Il tempo passa lento. Lento.
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