Tempo: tre cicli lunari dopo la sosta calda del Sole e dieci sue ripetizioni dopo la divinazione.
Luogo: la terra nel corso medio del fiume Tonsos.

La pelle abbronzata del ragazzo e i capelli scuri, scompigliati dal vento, scintillavano sotto i raggi del Sole alto. Quel giorno si era soffermato sulla roccia, dove incontrava regolarmente il Dio della luce celeste, molto più a lungo del solito. Da lì si godeva una vista meravigliosa fino a vette lontane.

Orfeo è circondato da animali selvaggi e domestici. Tutti lo ascoltano come racconta il mito. E' un mosaico romano da Palermo. Fotografia di Giovanni Dall'Orto.

Una nuova melodia riempì la sua anima e salì da sotto le dita, che si muovevano veloci lungo le corde della chitarra, sospinte da una forza sconosciuta. Un fervore, simile all’estasi di un rito baccanale, si diffuse attraverso i suoni, insieme ai primi raggi del Sole che illuminarono le colline di fronte. I pastori attorno lo ascoltavano assorti, rapiti dalla musica e dalle sue parole, dimenticandosi completamente delle loro greggi. Anche le capre smisero di saltare verso i rami freschi, e i cani rimasero immobili dove li trovò la meravigliosa melodia. Tutti i rumori della foresta scomparvero e persino gli uccelli smisero di cinguettare. Il Sole era già alto sopra la sua testa, quando l’euforia si affievolì. Le mani caddero sulle ginocchia, ma la sinistra stringeva ancora lo strumento musicale.

Orfeo era piccoletto quando un violento temporale lo sorprese a giocare con dei sassolini e con una tartaruga addomesticata fuori dal recinto di casa. Un fulmine colpì il vicino albero e, forse per il rumore assordante o per lo spavento, il bambino perse coscienza. Lo trovarono disteso senza fiato con la sua tartaruga morta tra le braccia. La madre non permise a nessuno di toccarlo finché non vide arrivare il giovane, ma già famoso, sciamano Ziles.

Suo padre, il vecchio sciamano Suratralis tempo prima aveva consultato gli dèi per trovare il nome giusto per il secondo figlio del re. Aveva viaggiato avanti e indietro nel regno del fuoco terrestre prima di sentire il suo nome segreto “Orfinos”, che nel linguaggio rituale significava “colui che porta i colori della vita: bianco, nero e rosso”.

Ziles danzò e balzò per molto tempo attorno al corpo del bambino, battendo la pelle tesa del tamburo. Le numerose laminelle metalliche, cucite sui suoi vestiti e legate alla periferia del tamburo, emettevano un rumore incessante e fastidioso. Lo sciamano cantava qualcosa di monotono e incomprensibile senza alcun effetto su Orfeo. Diede fuoco a erbe odorose, dalle quali si diffuse un fumo denso e soffocante. Alla fine, prese dalla sua capiente borsa una freccia d’oro infissa su un corto bastone di legno e cominciò a tracciare dei cerchi nel suolo attorno al ragazzino. Poiché anche la freccia non aiutò, lo sciamano consigliò alla madre di chiamare un artigiano di strumenti musicali per fargli realizzare una chitarra. Doveva chiedergli di usare il guscio della tartaruga. Poi doveva chiamare un buon musicista, perché solo i suoni provenienti dall’animaletto da compagnia potevano far ritornare dall’aldilà l’anima del bambino quasi morto.

Qualcuno aveva condotto davanti al letto di Orfeo il miglior costruttore di chitarre. Il mastro separò il guscio dell’animale dai suoi resti carnosi e lo usò come scatola, attraverso la quale avrebbe echeggiato il suono. Poi versò da una borsa di cuoio corna di svariate dimensioni e animali: un paio di cervo, altri di buoi e poi anche di capre selvatiche. Selezionò la coppia più adatta da collegare alla scatola, che avrebbe captato il suono delle corde e lo avrebbe amplificato. Attaccò le corna leggermente inclinate in avanti e di lato. Poi le collegò con una traversa di legno e una seconda tavolettina fissata come ponte al guscio. Infine, distese tra le due schiappe quattro strisce, tagliate finemente dall’intestino di pecora. Ogni fascia aveva una larghezza diversa, cosicché, quando il musicista avrebbe tirato con le dita le fasce ben tese, quella più larga avrebbe prodotto il tono più basso. Quanto più strette erano le fasce, tanto più alti diventavano i suoni.

Il maestro della chitarra si chiamava Tamiris. Egli diventò insegnante e amico intimo di Orfeo per diverse soste solari. La vita di Tamiris fu segnata da molte vicissitudini prima di arrivare alla corte di Eagro. Fin da piccolo, fu venduto dal padre ai mercanti in cambio di un piccolo sacco di miglio. Dopo aver cambiato diversi padroni, il ragazzo selvaggio finì schiavo nel tempio di Hatshepsut in Egitto. Tamiris rimase meravigliato dalle bellezze, dagli strani costumi e dalle enormi statue delle divinità, che assomigliavano agli esseri
umani ma in dimensioni gigantesche. Il giovane schiavo era il preferito di uno degli scribi che prestava servizio nel tempio. Grazie a lui, ebbe ottimi insegnanti di musica, medicina e matematica. Sfortunatamente, lo scriba era un vecchio malaticcio, il che rendeva Tamiris riluttante a stargli vicino. Durante la sua permanenza nel tempio, imparò qualcos’altro: fingere e adattarsi, nascondere i suoi veri sentimenti dietro un leggero sorriso sulle labbra, abbassare timidamente le ciglia sugli occhi verde chiaro da gatto.

Un vaso Atico V-IV  a.C., custodito in Louvre.

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sono Leme

Questo è il mio angolo di Internet dedicato alle avventure – vere o quasi – simili a ciò che vivono spesso gli archeologi, soprattutto quelli alle prime armi.
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