(…e come fui gentilmente allontanata dal luogo del mistero archeologico)
La fortezza sembrava un gigantesco nido abbarbicato in cima alla collina, a guardia della città odierna. L’autobus si fermò alla bocca di una stradina sterrata che portava su, verso l’antica città. Ne scese un piccolo sciame di uomini — e qualche donna — tutti ancora in stato di semi-sonnambulismo. Ci eravamo alzati al buio per raggiungere il sito all’alba, prima che il caldo ci liquefacesse.
Chi scava, lo sa: il sole non perdona.
Ogni volta che attraversavo quel sito immenso cercavo di ricostruire con la fantasia le case, i vicoli, le voci del passato. Era come camminare in una città fantasma, solo che io sentivo i vivi.
La direttrice dello scavo, la famigerata dottoressa Nemea Sgersis, mi sembrava anziana. Forse per le spalle curve. Forse per la tinta che non riusciva a coprire del tutto i capelli cresciuti di un centimetro. O forse perché io avevo 23 anni e lei, poverina, ne aveva… 55. A quell’epoca, quell’età mi sembrava già il preambolo delle ciabatte di lana accanto al focolare familiare.
E invece no: “la vecchia”, come la chiamavano sottovoce al museo, sarebbe andata in pensione solo vent’anni dopo, a 75 anni, e fino all’ultimo giorno ci saremmo date del lei, con religiosa distanza.
Quel giorno però era mio. Lei restava al chiuso, tra vetrini, schede e ceramiche da classificare, e io — O-o-o-o, io! — ero responsabile del campo.
Un’archeologa (quasi) vera.
Gli operai mi ignoravano con competenza. Alcuni erano lì da dieci anni, sapevano già tutto: dove mettere il nastro, come gestire ordine nei quadrati, a chi offrire un fiorino dai dintorni. Gli scavi erano concentrati attorno a una chiesa medievale, ricostruita e rattoppata nei secoli: romana, bizantina, altomedievale, bassomedievale.
Le mura si accavallavano come pagine riscritte con stili diversi. Ma le tombe, quelle erano un enigma. Per capirle ci voleva occhio e mestiere.
Poi accadde.
Una voce mi chiamò, eccitata. Mi avvicinai al quadrato di scavo dove prima avevo notato un cambiamento nel colore del terreno — la sagoma, la dimensione, tutto faceva pensare a una sepoltura.
Sotto la spatola e la spazzola di una lavorante esperta emerse una macchia verde chiaro: tracce del sudario.
Vicino al cranio, un uovo intero (sì, proprio il guscio era integro!).
E poi bracciali d’argento e di vetro blu, orecchini, collana, monili raffinati…
Lo scheletro era intatto, le ossa robuste. Una donna giovane e ben nutrita, probabilmente di alto rango.
Ero in estasi. La mia prima sepoltura importante!
Scrivevo furiosamente, col cuore in gola. Un operaio si offrì di prendere le misure, io già fantasticavo sull’articolo, sulla relazione, forse — chi lo sa — su una pubblicazione con il mio nome.

Poi sentii la voce.
Quella voce.
«Collega, andate a controllare il deposito della terra rimossa. Setacciatela, per sicurezza.»
La dottoressa Sgersis. Inappuntabile. Ghiacciata. Inesorabile.
Mi allontanai obbediente, col setaccio in mano e l’entusiasmo sotto la suola degli scarponi. Più tardi avrei scoperto che non era un caso.
Nel suo regno, la dottoressa aveva occhi ovunque.
Ogni volta che un giovane archeologo si avvicinava a qualcosa di interessante, un “fedelissimo” correva ad avvisarla.
E lei, con efficienza chirurgica, spediva il malcapitato a controllare un deposito, o a documentare un coccio rotto in magazzino, a tappare una buca per l’acqua piovana.
Perché le scoperte — quelle vere — le faceva solo lei.
E a noi, novellini, toccava il feudalesimo archeologico: servire, osservare, aspettare… e sperare che un giorno anche a noi fosse concesso un centimetro quadrato di gloria.
Ma ce l’ho fatta.
Il caso mi ha aiutata a trovare la mia nicchia di ricerca — un angolo dove nessun altro era in grado di muoversi. Nemmeno Sgersis. Nessuno in tutta la comunità archeologica.
Però questa è un’altra avventura… e ve la racconterò più tardi, quando verrà il momento giusto.
Ti è piaciuta questa avventura archeologica?
Allora resta nei paraggi: qui le storie (vere!) non mancano mai.

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